NIENTE FIABA DELLA REGINA DELLA NEVE PER I BIMBI BOLOGNESI: PER LE MAESTRE FA TROPPA PAURA

ITALIA.

La favola che racconteremo adesso non ha il lieto fine. Perché alla fine della storia ci sono: dei bambini che non ascolteranno la fiaba della regina delle nevi di Andersen; delle maestre che avranno provato a cambiare alcuni dettagli della fiaba per renderla meno spaventosa; una burattinaia-educatrice esperta in materia che non farà il suo spettacolo coi medesimi bambini. Senza contare il ruolo, nell’intreccio, dei genitori, così protettivi nei confronti dei propri pargoli da sollevare dubbi sulla suddetta burattinaia e fare pressing sulla scuola perché «analizzasse» meglio le storie da lei proposte.
La burattinaia è Margherita Cennamo del noto «Burattinificio Mangiafoco» che ha casa in via Martini, nel quartiere Saragozza, ma che da anni porta in giro per la città, per la provincia e per le scuole dell’una e dell’altra spettacoli per bambini. Usa burattini e pupazzi per raccontare storie e fiabe. L’ha fatto anche l’anno scorso in una scuola materna di Monterenzio. In quel caso aveva rappresentato la storia di «Sofia e la strega» e qualche genitore, già in quell’occasione, si lamentò «per le scene troppo cruente del mio spettacolo», racconta Cennamo, che ieri ha raccontato tutto sul profilo Facebook del suo burattinificio. Eppure le maestre della stessa scuola dell’infanzia l’hanno ricontattata anche quest’anno per fare uno spettacolo a ridosso del Natale. «A tema natalizio», le chiedono. Ma Margherita è un’artista indipendente, non lavora per tematiche «preconfezionate» e propone alle maestre la fiaba della regina della neve di Andersen. «Non ha a che fare con Frozen?», le chiedono. «Frozen non c’entra nulla, è di Andersen. Guardate pure lo spettacolo su Youtube», propone lei via mail al corpo docente, perché si possa fare un’idea della fiaba e di come lei la rappresenta.
Le maestre di Monterenzio guardano la fiaba, si riuniscono e poi lanciano la controproposta: «Non è che si può mettere un mago al posto del diavolo e raccontare che la scheggia invece che nell’occhio viene infilzata nel dito?». Margherita non accetta, non si trova un accordo sullo spettacolo, i bambini non vedranno mai quella fiaba. E hanno concluso dicendomi, racconta Margherita,«che nella loro scuola, a causa del variegato e complesso contesto, era difficile affrontare attività anche molto più importanti della mia». Fine della storia. «La paura — dice Margherita — fa già parte dei bambini. Le storie aiutano solo a darle un volto e poi ad esorcizzarla attraverso il lieto fine. Purtroppo invece vedo, lavorando con la scuola, che viene fatta una rinuncia a priori, è molto ricorrente ormai. I genitori oggi sono molto aggressivi, bisogna dirlo, ma la scuola non può rinunciare al suo ruolo».
Ma dalla scuola dell’infanzia di Monterenzio sostengono che «le maestre hanno agito esercitando il loro diritto alla libertà d’insegnamento». Qualcuna, come la referente di plesso, non avrebbe cambiato «per niente al mondo una fiaba tradizionale di Andersen, ma le maestre lo hanno chiesto, tenendo conto del contesto. Non si può prescindere da quello». Chissà cosa avrebbe detto Andersen a veder trasformato il suo diavolo in un mago. Forse il finale della storia non l’avrebbe voluto sentire nemmeno lui.

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La censura delle favole è un allarme che non possiamo ignorare di Antonella Poce.

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