A BERGAMO VIA DELLE VAGÌNE E’ DIVENTATA VIA DEL VÀGINE

ITALIA.

Un fenomeno peculiare del passaggio tra la lezione greca e quella latina di certi termini è la ritrazione dell’accento, da parossitono a proparossitono: Prometéo diventa Prométeo, tanto per capirci.
Questo pittoresco retrocedere della tonica avviene, sia pure in casi rarissimi e per motivi gravi, anche nell’odonomastica orobica, accoppiandosi, perfino, con un cambio di genere e numero: accade, dunque, che una primitiva via delle Vagìne possa, du tac au tac, trasformarsi in una misteriosissima via del Vàgine, creando non pochi equivoci.
Già, perché se la parola “vagìne”, femminile plurale, ha l’inequivocabile significato di “guaine”, “foderi” e, pertanto, indica, per associazione, l’organo riproduttivo femminile, “vàgine”, maschile singolare, non vuol dire un bel niente.
O, meglio qualcosa significa, ma è un significato altamente simbolico: è un sinonimo di pruderie, di ridicolo tentativo di non fornire al popolaccio l’occasione di grasse risate e facili ironie a sfondo sessuale. Laddove, per saecula saeculorum, il suddetto popolaccio aveva costeggiato la strada incriminata senza fare neppure un plissé.
Avete presente il “Braghettone”? Ma sì, il pittore cinquecentesco Daniele da Volterra, incaricato da Pio IV di rivestire le nudità michelangiolesche della Sistina con apposite foglie di fico e mutandame assortito. Bene, l’operazione “vàgine” è una specie di braghettoneria moderna: una forma di censura odonomastica, nel pretto stile del concilio tridentino.

La fontana del vagine
Qualche ispirato teologo, qualche moralista e qualche giunta comunale piuttosto incline alla genuflessione, devono aver ritenuto, in concorde sicinnide censoria, che mettere una stradina con un nome così evocativo nel bel mezzo di Città Alta avrebbe rappresentato un’onta di gran lunga maggiore delle demolizioni seminariali degli anni Sessanta. Così, l’incolpevole via, s’ebbe il nome mutato nell’accento, e divenne una strada priva di senso. Ma non priva di interesse: posta ai piedi di quello che fu il carcere di Sant’Agata e del complesso del Carmine, vi si trova quella che dovrebbe essere la più antica fontana di Città Alta, certamente antecedente al Mille.
Si tratta di un percorso un po’ defilato, rispetto alla tradizionale Corsarőla, ma merita una deviazione, perché raffigura, pur nell’obbiettivo abbandono in cui versa, uno scorcio autentico di quella che doveva essere la Bergamo di un tempo. Per certo, merita qualche attenzione da parte nostra, giacchè, tra grafie sbagliate, equivoci assortiti e altri accidenti, ci pare che quella di via del Vàgine sia una storia odonomastica interessante.
Perché si sarà chiamata via delle Vagìne, in tempi meno democristiani?
Le ipotesi sono diverse e tutte, più o meno plausibili: la più contorta vorrebbe che, stantevi la fontana in epoca romana (il che è tutto da dimostrare), il nome derivasse dai vagiti dei neonati, immersi nell’acqua gelida per misurarne la tempra. Una via di mezzo tra Sparta e i primi battesimi, che, onestamente, ci lascia un filino perplessi.
Più attendibile la versione boccaccesca, secondo cui, nella stradella, abbondassero le mercenarie: di qui, per mera sineddoche, sarebbe derivato il nome popolare, passato poi nell’uso corrente.
Infine, quella che ci pare l’ipotesi meno peregrina, ossia che le vagìne in questione fossero i foderi delle spade, e che, quindi, l’origine dell’imbarazzante odonimo fosse, banalmente, quella commerciale: Bergamo era terra di spadai (si pensi alle rinomatissime lame di Gromo) ed era normale che vi si producessero anche i foderi delle medesime.

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