I FILM DI JAFAR PANAHI SFIDANO LA CENSURA

IRAN.

Di registi perseguitati, purtroppo, ce ne sono stati tanti nella storia del cinema. Vittime di censura, di regimi, di governi intolleranti, di iconoclastie. Ad alcuni hanno sparato (Fernando Solanas), altri sono stati privati dei diritti civili (Bernardo Bertolucci), ma il carcere è stato ed è destinazione purtroppo frequente per chi ama la libertà di espressione, in troppe parti del mondo – accade di questi tempi all’ucraino Oleg Sentsov, detenuto in una prigione russa. In passato, il regista turco Yilmaz Güney è riuscito persino nella straordinaria impresa di dirigere un film dal carcere, a distanza, spiegando all’aiuto regista che cosa fare e come farlo.
Le cose non sono andate molto meglio a Jafar Panahi, che si schierò con il cosiddetto Movimento Verde di contestazione alla pressione censoria e teocratica iraniana, finendo col pagare personalmente l’esposizione e il contenuto libertario dei suoi film.
Roy Menarini
Nel 2010 è stato arrestato, insieme a famigliari e amici, e di volta in volta messo ai domiciliari o in cella durante il lungo percorso di processi ed appelli che sta affrontando. Approfittando delle poche escursioni permesse (visite mediche e pellegrinaggi religiosi) ha saputo aggirare il divieto di scrivere e dirigere film, che gli è stato comminato insieme alla condanna di reclusione per sei anni. E alcuni dei lavori girati in questi otto anni sono stati avventurosamente esportati dall’Iran, come nel caso di This Is Not a Film, che nel 2011 fu fatto circolare fuori dai confini patri grazie a un vero e proprio contrabbando di hard disk.
Dopo Taxi Teheran, tocca a Tre volti confermare il coraggio di Panahi, insieme alla sua strenua resistenza a ogni divieto di espressione. Alla comunità internazionale di distributori e professionisti legati all’arte e all’industria è invece attribuito il doveroso compito di far circolare i suoi film.
Ma quale cinema mette in gioco Panahi? Ci sono almeno due aspetti da sottolineare. Uno è quello dell’autoriflessività e il secondo è quello della tecnica. Nel primo caso, Panahi – come Kiarostami e i maestri del realismo iraniano – identifica nel cinema tutto quello che gli serve. Non si tratta per lui né di un mezzo espressivo a servizio di qualche contenuto né di uno strumento astratto, bensì rappresenta l’intero universo poetico, esplorabile in tutte le sue potenzialità. Ecco perché sebbene Tre volti racconti di un regista nella parte di sé stesso, di un’attrice che gioca sulla sua notorietà e di temi legati all’immaginario filmico, nessuno di questi elementi scivola mai nell’esibizione autoreferenziale o nello sbadiglio autoriale (né forse lo potrebbe vista la condizione tutt’altro che pacifica e oziosa del regista).
Il cinema, per Panahi, è il mondo stesso, e parlare di cinema garantisce tutta la libertà poetica necessaria per misurare, osservare e compatire una nazione al tempo stesso umanissima e arcaicamente ancorata ad antichi pregiudizi.
Roy Menarini
Il secondo tema (l’apporto della tecnologia) è ancora più appassionante. Lontanissimo da tutti i nostri problemi da sazi consumatori occidentali (rapporto tra sala e Netflix, trasformazione dell’immaginario cinematografico in epoca di smartphone, ecc.), Panahi sfrutta ogni progressiva riduzione e democratizzazione del mezzo visivo come una liberazione. Come avrebbe fatto, Panahi, senza microcamere, telefonini, hard disk, a girare film negli ultimi anni? Ecco un esempio di come i media digitali hanno davvero modificato le cose. Non sappiamo se abbiano salvato il cinema, certo hanno salvato l’arte di Panahi, che – da grande autore – è sempre capace di tradurre un libretto di istruzioni in una potenzialità stilistica.
Tre volti parla dunque di questo, pur tenendo al centro il discorso umanista e femminile caro all’autore iraniano.

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